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Differenze 2.0: mettersi nei panni dell'altro per scardinare gli stereotipi

Nelle città coinvolte dal progetto Uisp si stanno svolgendo i laboratori di role playing. Nel abbiamo parlato con G. Di Salvo, F. Gravina, L. Destino, E. Mura

 

Il progetto Uisp Differenze 2.0 ha cominciato il suo itinerario lungo l’Italia, grazie ai Comitati Uisp che sono tornati nelle scuole di sette città per proporre nuovi appuntamenti formativi e laboratoriali contro la violenza di genere e gli stereotipi.  

“Differenze 2.0” ha l’obiettivo di promuovere il benessere scolastico e contrastare le varie forme di violenza attraverso lo sport e le attività motorie. L’iniziativa punta a valorizzare lo sport come strumento educativo e sociale, capace di aiutare a riconoscere e prevenire comportamenti violenti, grazie alla formazione e sensibilizzazione di educatori, educatrici, docenti e tecnici sportivi. In questa fase si stanno svolgendo nelle città coinvolte i laboratori di role playing, curati e guidati da psicologi e psicoterapueti dell’associazione Lyr-Live your rainbow, composta da professionisti della salute mentale, che ha sede a Roma ma è presente in molte città italiane. La comprovata esperienza e la capillarità della presenza hanno permesso di dare il via a questa collaborazione nelle sete città coinvolte dal progetto. “Nel nostro lavoro ci occupiamo da anni di lotta alla discriminazione di genere - spiega Gaia Di Salvo, referente per il progetto Differenze - siamo partiti dal lavoro con la comunità lgbtqi+ ma sappiamo che la logica che promuove i comportamenti di violenza e mancanza di rispetto per le identità e le libertà altrui, è la stessa. Io lavoro a Palermo e ho seguito il laboratorio svolto con studenti e studentesse di Enna, oltre a quello di Nuoro, cui ho partecipato da remoto. Il nostro approccio prevede di lavorare sempre in coppia, perchè lo riteniamo più utile e stimolante, e insieme a noi c’è sempre un referente Uisp”.

Il role playing utilizza giochi di ruolo che si basano sulla simulazione di una situazione reale da affrontare con la logica del “facciamo come se”: "Questo diminuisce l’impatto della situazione e rende più sicuro il contesto in cui si svolge l’esperienza - spiega Di Salvo - permettendo ai partecipanti di mettersi nei panni di altre persone e prendere decisioni, intuire sensazioni, attivare reazioni. E’ uno strumento per  lavorare in gruppo e passare dall’educazione formale, tipica della scuola, a quella non formale, strutturata in un’ottica di peer education, per imparare e trasmettere qualcosa nella relazione tra pari”.

I primi laboratori hanno affrontato il tema della violenza on line, invitando i ragazzi e le ragazze a riflettere su comportamenti che sono molto comuni: “Abbiamo scelto di partire dalla violenza on line, con interventi ritagliati sulle esigenze dei ragazzi, come la diffusione on line di materiale intimo, nel secondo laboratorio si affronta invece la disuguaglianza di genere nello sport. Nel role playing si mette in gioco il corpo, cerchiamo di farli mettere in movimento, al contrario di quello che succede a scuola. La letteratura neuroscientifica dice che l’emisfero destro, che chiama in causa le emozioni e la fantasia, a scuola viene poco attivato: con il role playing cerchiamo di riaccendere queste connessioni, per dare spazio e parole alle emozioni, sempre in un ambiente sicuro e controllato, in cui ci si può fermare per confrontarsi su qualcosa di critico, per accogliere le difficoltà dell'altro, promuovendo la responsabilizzazione di tutti i partecipanti”.

Un concetto che viene presentato ai partecipanti è quello di intersezionalità: “Sappiamo che ci sono diversi aspetti della propria identità per cui le persone possono essere discriminate e per cui si può ricevere violenza di genere: orientamento sessuale, credo religioso, etnia, disabilità - aggiunge Francesco Maria Gravina, psicologo e psicoterapeuta che segue i laboratori di Napoli e Melfi - l’obiettivo di questo approccio è provare a entrare nei panni di persone diverse per sviluppare sensibilità relative a esigenze diversificate. Ai partecipanti volontari viene proposto di drammatizzare una scena interpretando dei ruoli, noi diamo una sorta di canovaccio, lasciando loro spazio per dire quello che sentono e poi raccontarci le loro reazioni. La nostra prima proposta verteva sul tema del consenso: un ragazzo e una ragazza si scrivono e a un certo punto lui fa richieste esplicite di fotografie intime, con insistenza, e lei rifiuta. La condivisione delle sensazioni porta allo scambio di riflessioni, insieme si può imparare a gestire la frustrazione di ricevere un no, cosa che spesso gli uomini non sanno fare. La seconda parte prevede che ci sia un amico di entrambi che riceve il racconto di quello che è successo e debba decidere come comportarsi di fronte a questo atto di violenza. L’obiettivo è discutere insieme di consenso: come si esprime, cosa è e cosa non è, come riconoscere i segnali, anche non verbali, di disagio. Il gruppo si confronta su cosa sia una molestia, come riconoscerla, a chi chiedere aiuto: la figura dell'amico rappresenta proprio l’aggancio per una possibile richiesta di aiuto, il suo ruolo è relativo alla responsabilità della comunità nel darci supporto o farci sentire peggio”.

Quello che emerge dagli incontri è che la pressione sociale agisce su tutte le persone coinvolte nel discorso sociale ed è importante la responsabilità degli adulti nel far conoscere ai giovani quali possibilità hanno di difendersi o di farsi aiutare.

Il secondo incontro, dal titolo “Fai un passo avanti” prevede che sette identità differenti per genere, orientamento sessuale, identità sessuale, credo religioso, etnia, disabilità, si trovino sulla griglia di partenza di una pista di atletica e i pregiudizi del contesto sportivo si trasformino in svantaggi alla partenza: “Da questo laboratorio emerge il binarismo di genere imperante nello sport, le diverse identità possono creare ostacoli e ogni partecipante partirà più o meno indietro non a causa della propria preparazione, ma del contesto in cui viviamo - spiega Di Salvo - Pregiudizi e stereotipi limitano la libera espressione della persona e rendono disuguale l'accesso alla pratica sportiva. Diamo informazioni concrete e ci chiediamo cosa possiamo fare per cambiare lo stato delle cose, ricordando ad esempio che l’Uisp mette in campo progetti, campagne, percorsi formativi per contrastare le disuguaglianze, come lo stesso Differenze 2.0. Assumersi queste responsabilità civili nel proprio contesto è, infatti, un modo adattivo per contrastare queste dinamiche”.

Gaia Di salvo e Francesco Maria Gravina evidenziano che nel lavoro con studenti e studentesse emerge spesso la timidezza e l’imbarazzo per le tematiche affrontate: “Siamo le prime persone a scuola con cui trattano questi argomenti - spiegano - notiamo però grande apertura, la capacità di mettersi nei panni dell’altro genere, di problematizzare aspetti che sembrano secondari ma non lo sono, affrontando temi di maggiore complessità. Siamo state molto contente dei contributi: il role playing è lo stimolo per suscitare la riflessione e la partecipazione si esplica nella discussione, che spesso va oltre le nostre previsioni. I ragazzi sono molto ricettivi e pronti a parlare di relazioni umane: per alcuni di loro ad esempio, interpretare il ruolo di una ragazza scardina convinzioni e produce un effetto più impattante di quanto pensassimo. Siamo felici di essere stati coinvolti, è il nostro lavoro, ma uscire dagli studi per fare prevenzione con i ragazzi, ci dà un senso di efficacia. Vorremmo sollevare dei bisogni perchè ci possa essere consapevolezza del diritto ad essere formati e quindi acquisire maggiore consapevolezza”.

A Melfi (Pz) i primi appuntamenti con il role playing ha coinvolto due classi terze dei licei Festa Campanile e Federico II di Svevia, di cui fa parte anche la cosiddetta "classe di controllo" un'altra terza del liceo scientifico. "Le due giornate di role-playing sono andate molto bene, i ragazzi hanno accettato la proposta che è stata fatta loro e hanno risposto positivamente. Facciamo parte di una realtà differente dalle grande città, che sono maggiormente esposte, sopratttutto mediaticamente, a eventi violenti, ma ragazzi e ragazze hanno mostrato consapevolezza sulle varie forme di violenza e sul come affrontarle", ha affermato Lucia Destino, coordinatrice di progetto per Uisp Potenza.

Il progetto è attivo anche a Lanusei (Nu) con due classi quarte - una del liceo linguistico e una dell'istituto tecnico per geometri - dell'I.I.S. Leonardo Da Vinci, anch'esso arrivato al giro di boa: "Entrambe le classi partecipano attivamente a tutti gli incontri e si sono mostrate molto interessate ai temi proposti: infatti, nonostante abbiamo dovuto organizzare alcuni incontri fuori dall'orario scolastico abbiamo registrato un buon numero di presenze - afferma Eleonora Mura, coordinatrice di progetto per Uisp Nuoro - Con i nostri esperti tentiamo di stimolare un approccio critico al tema e, nonostante all'inizio degli incontri abbia vinto sempre la timidezza, i ragazzi e le ragazze, con i loro tempi, si sono sciolti e hanno mostrato una maturità e una preparazione superiore rispetto alle generazioni precedenti, segno del fatto che stiamo facendo un bel lavoro", sottolinea Mura. (Elena Fiorani e Federico Cherubini)